Quando ad essere “oggettificato” nella pubblicità è il corpo maschile

E se ad essere “oggettificato” fosse il corpo maschile invece di quello femminile? Recentemente, una pubblicità ha dato la sua risposta.

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Campagna Suitstudio. Fonte: Social Samosa
Campagna Suitstudio. Fonte: Social Samosa

Tutti guardiamo le pubblicità. Che sia la televisione o internet, a chiunque sarà capitato migliaia di volte di imbattersi nella classica modella dal corpo mozzafiato, per lo più svestita, piazzata lì per promuovere una crema, un gioiello, dei jeans. Oppure, sembra assurdo anche solo dirlo, per promuovere un vino, una compagnia telefonica, un paio di occhiali da sole. E chi è che ricorda ancora (del resto come dimenticarlo) l’abominevole manifesto elettorale di Mario Turrini con un primo piano del fondoschiena di una modella e la scritta “La foto è servita per attirare la tua attenzione altrimenti non l’avresti mai letto”?Da sempre, purtroppo, nel settore del marketing e nel mondo della moda, il corpo femminile viene “incellofanato” per bene e consegnato come merce per attirare e soddisfare un pubblico essenzialmente maschile, e per tutti noi, oggi, è quasi “normale” vedere una donna seminuda sui cartelloni pubblicitari, qualsiasi prodotto o servizio si stia promuovendo.

Ma che succederebbe se i ruoli s’invertissero?

La risposta viene dal brand olandese Suitstudio, la cui titolare Kristen Barracelli, per promuovere la nuova collezione di abiti femminili, ha deciso di avanzare una provocatoria campagna pubblicitaria. Lo slogan recita #Notdressingmen, “Non vestiamo gli uomini”.

Campagna Suitstudio. Fonte: us.suitstudio.com
Campagna Suitstudio. Fonte: us.suitstudio.com

Negli scatti fotografici che hanno suscitato una così forte indignazione di massa, si vedono delle donne in tailleur e, accanto a loro ma senza interazione alcuna, degli uomini completamente nudi. E non solo: se le donne posano con orgoglio e atteggiamento dominante, gli uomini, al contrario, risultano passivi, sottomessi, quasi alla pari di meri accessori della scena, dalla quale spesso vengono addirittura omessi i volti dei modelli.

Campagna Suitstudio. Fonte: Social Samosa
Campagna Suitstudio. Fonte: Social Samosa

La campagna pubblicitaria ribalta dunque gli stereotipi di genere che la società ci propina quotidianamente, mostrando, secondo le parole della Barracelli stessa, “una donna forte, sicura e orgogliosa di sé, libera di fare ciò che vuole e che ha anche un uomo nudo nel suo appartamento.”

Ma è davvero così che apparirà la donna, in questa pubblicità, agli occhi del pubblico di massa?

Una donna “forte, sicura e libera” non è senza dubbio una donna che calpesta l’uomo vestendo abiti dal taglio decisamente maschile, a simboleggiare non una donna emancipata, bensì una donna “che assomiglia a un uomo” (e contribuendo quindi a svilirla), poiché sappiamo bene che femminismo non è il contrario di maschilismo, ma la parità dei generi.

Gli scatti in questione non devono far pensare: “Ecco, adesso tocca agli uomini subire!”; andrebbero visti esclusivamente in maniera estremizzata e provocatoria, volendo più che altro far pensare agli uomini: “Ecco come ci si sente”, far provare loro ciò che solitamente provano le donne quando guardano la maggior parte dei cartelloni pubblicitari. Volendo porre l’accento su un mercato che non fa altro che nutrire sempre più una popolazione misogina e sessista, convinta di poter fare del corpo di una donna ciò che vuole, in quanto svilito come corpo di un essere umano e ridotto ad un oggetto d’arredo. In questo caso l’oggetto d’arredo è un uomo. La speranza è che gli unici oggetti d’arrendo accettabili siano lampade e non corpi umani. Maschili o femminili che siano.