L’iconoclastia ai tempi di Facebook e lo stupro del diritto di parola

0
iconoclastia
Foto da pixabay

L’ignavia, peccato dei miserabili, è stato tragicamente soppiantato da un reato sociale ben giù grave. La colpa di chi ha qualcosa da nascondere, con la modernità, è diventata l’iconoclastia. Diffidiamo di chi non pubblica, condivide, tagga, di chi di immagini e copertine non ne ha. La mancanza di un profilo nella rete è sinonimo di pochezza. Il vuoto di chi non ha niente da dire, in un gioco in cui l’obiettivo è esprimere il maggior numero di opinioni possibili. Chi non documenta la sua serata è stato a casa. Chi non scrive stati, non ha importanza su cosa, non ha niente da dire.

L’informazione prima della parola è diventata opzionale, e la rete un marasma di aspiranti opinionisti. La visibilità è equamente distribuita e la risonanza non è più sinonimo di validità. I “senza profilo” sono diventati i nuovi outsider. Persino chi cerca di sfuggire all’etichetta ne è tutt’altro che esente. I moderni iconoclasti non si ergono a paladini del reale, ma di riflesso ottengono tale ruolo, opposto alla finzione dei social.

Facebook è puro intrattenimento, del tipo più pericoloso. L’idea stessa è un grande gioco di ruolo in cui non impersoniamo consapevolmente l’impossibile, ma recitiamo nei panni della migliore versione di noi stessi. Scriviamo frasi più profonde di quelle che in realtà pensiamo o diciamo. Promuoviamo attività a cui non parteciperemo. Lo facciamo per sembrare più amabili, per farci amare un po’ di più, per amarci di più. Poiché siamo tristemente inconsapevoli che l’amore è un dono del tutto immeritato.

Le bacheche sono ineccepibili e irreali, come la mancanza di debolezze. Tuttavia, quando il gioco finisce comincia il confronto. Mostrarci per quello che siamo si oppone frontalmente all’idea patinata che, con tanta dedizione, abbiamo costruito di noi stessi, per noi stessi e per gli altri. La partita diventa troppo difficile da giocare, e davanti a imperfezioni evidenti è meglio scappare e rifugiarsi dietro a una tastiera e a un cinico “alla fine non ci credo”. Nel gioco dei finti adulti perdiamo tutti e gettiamo le armi troppo facilmente di fronte alla mancanza della funzione copia e incolla. Nella realtà non si bara, non si copia, non si incolla. La connessione virtuale è un dono fin troppo intelligente rispetto a chi l’ha ricevuto. L’algoritmo perfetto per l’uso di uno strumento che cambia le carte in tavola non esiste. La saggezza obbligatoria è evidente: parlare di ciò che si conosce. L’ignoranza è una benedizione e stimolo a scoprire. Le parole vuote un orrore semantico stampato in digitale.